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Sono Daniela Spagnolo, Divulgatrice di Gentilezza e Inclusività, Scrittrice di Donne, Blogger, Founder of@kindpowity_bydanielaspagnolo.Nel 2018 esce "Il silenzio del Tempo", edito dalla casa editrice 96-Rue-de-la-Fontaine.Nel 2021 è la volta di "Dora", un noir dai tratti gotici, pubblicato con la LFA PUBLISHER. Nel 2022 arriva "Piccolo Diario di una Cicatrice", ancora edizioni LFA PUBLISHER: un libro interattivo per provare a ripartire dalle proprie cicatrici.Sempre con LFA, nel 2024 esce “L’Urlatrice”, seguito di Dora. A fine 2025 si materializza la filosofia KIND.POWITY, con DELLA KINDPOWITY E ALTRE RIFLESSIONI SUL POTERE DI GENTILEZZA E INCLUSIVITA.Vivo a Grugliasco alle porte di Torino (la mia città natale), e credo nell'impegno sul territorio, che nel 2023 trova realizzazione nella costituzione del PRIMO GRUPPO DI LAVORO sulla DISABILITA’ – GRUGLIASCO, naturalmente evoluto nel COMITATO SPONTANEO per la SENSIBILIZZAZIONE VERSO LA DIVERSITA’ E LA FRAGILITA’ - “INCLUSIVA-MENTE GRUGLIASCO “.Scopri di più su quello che faccio:linktr.ee/daniela.spagnolo_scrittrice

mercoledì 9 novembre 2022

TRAPPOLE DI ORGOGLIO

Il giudizio è una trappola.

Infatti, proprio come una trappola si nasconde in mezzo ai “Secondo me”, si mimetizza tra i “Personalmente, io penso che…”.

Come un animale predatore che si camuffa da preda, il giudizio è rivestito di buone intenzioni: ne ha almeno tre strati, che lo rendono praticamente irriconoscibile ad occhio nudo.

Uno per nascondersi alla vista, uno per non farsi riconoscere a pelle, e, infine, uno per non farsi scoprire dai sentimenti.

Fermo restando che siamo tutti pronti a condannarlo, poi mi chiedo: quante volte ci siamo resi conto di averne emesso uno o di esser stati sul punto di farlo?

A me è capitato. Diverse volte. E sapete come ci si sente, mentre lo fai?

Ti senti superiore. Ti senti un grande. Ti senti migliore, anzi IL migliore.

È una sensazione che ti gasa.

Poi però il gas passa, evapora e, come una bibita che viene lasciata aperta fuori frigo, la sensazione che rimane è quella di mancanza di sapore, di gusto, di tonicità.

Anzi, potrei anche dire che dopo, quasi subito dopo, ci si sente vuoti, sgonfi, piatti: come un pallone sgonfio, come se quello che hai appena detto fosse sporco.

Ma tu devi reggere quell’odioso Gioco delle Parti e fai finta di nulla, anzi ti racconti che tu sei nel giusto, il giusto assoluto con la G maiuscola.

E poi, ti dimentichi.

Parallelamente, la sensazione di chi riceve il giudizio, di chi viene in qualche modo marchiato da esso, si manifesta in maniera diametralmente opposta: le parole arrivano, feriscono la pelle, penetrano la carne, fanno sanguinare l’anima.

Il problema che è che il diametralmente valido sulla parte iniziale del processo, non vale anche sulla seconda parte, ossia il dopo: quel marchio arriva per restare, nel cuore di chi lo riceve, e non può essere lavato via.

Bene o male, tutti abbiamo vissuto sia una che l’altra condizione, e allora mi dico che la propensione al giudizio molto probabilmente è generata dall’avvilimento che il giudizio stesso provoca: nel disperato tentativo di trovare consolazione alla propria mortificazione, reiteriamo sull’altro la stessa mortificazione e ne amplifichiamo il raggio d’azione, in una spirale infinta.

Ma, allora, la soluzione quale è? Il sacrificio del disinnescare, forse.

Sacrificio dell’amor proprio, dell’orgoglio.

È un vero sacrificio, questo?





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